Stretto di Hormuz (Foto: Ansa)
Sono giorni ormai che si sente incessantemente parlare della crisi energetica che sta investendo il Vecchio continente e che rischia di diventare sempre più grave man mano che lo Stretto di Hormuz resta chiuso all’attraversamento delle petroliere destinate al mondo intero: secondo alcuni analisti, infatti, se la chiusura durasse fino alla fine del mese di marzo, la crisi supererebbe facilmente i livelli – già gravi – raggiunti nel periodo pandemico e dopo lo scoppio della guerra in Ucraina; gettando nel caos soprattutto l’Europa.
Secondo un’analisi pubblicata da Stefano Cingolani sulle pagine de ilSussidiario.net, attualmente gli alti vertici economici di Bruxelles si trovano davanti a un vero e proprio trilemma, con la crisi energetica che si accompagna a rischi legati all’inflazione e – soprattutto – alla crescita: la BCE, infatti, potrebbe reagire con un nuovo aumento del costo del denaro, con il rischio di soffocare il prodotto intero lordo dell’intera area euro.
Al di là di quello che succederà giovedì prossimo – quando la BCE prenderà la sua decisione economica -, però, secondo Cingolani è incomprensibile che dopo cinque anni di crisi energetica (appunto, dalla pandemia allo Stretto di Hormuz) l’Europa non sia ancora riuscita a formulare una “strategia comune” a lungo termine sull’energia, ma anche – e in modo ancora più grave – che manchi un “piano a breve termine” per affrontare questa e altre emergenze che potrebbe sorgere nei prossimi anni.
