Il cancelliere Merz in Germania (Ansa)
La Germania torna a fare i conti con la recessione e il clima, tra imprese e politica, si fa sempre più teso: il rallentamento economico non è più solo una questione statistica, ma una realtà che incide su produzione, occupazione e fiducia dei tedeschi. Le critiche si concentrano sul governo di Friedrich Merz, accusato dagli imprenditori di non riuscire a varare le riforme che servono e chiedono. Il presidente dei datori di lavoro, Rainer Dulger, ha espresso tutta la sua delusione e segnalato che l’80% delle aziende guarda con pessimismo al futuro e valuta addirittura di delocalizzare.
Il nodo riguarda il costo del lavoro, tra i più alti al mondo: secondo dati citati anche dall’OCSE, un lavoratore tedesco costa oltre 40 euro l’ora, ben lontano dai livelli di Paesi come la Cina. Pesano soprattutto tasse, contributi e costi energetici, aggravati dalle politiche climatiche. Anche grandi gruppi come Bosch segnalano difficoltà: gli investimenti crescono all’estero, ma in patria ci sono tagli al personale e si teme un calo della produzione, per cui il rischio è un indebolimento strutturale del “Made in Germany”, ancora competitivo, ma sempre meno sostenibile a livello di costi.
Nel frattempo, i contrasti tra il cancelliere e il ministro delle Finanze Lars Klingbeil rallentano le decisioni su energia e tasse: le misure per ridurre il costo del carburante sono in ritardo ed è resta il dibattito su come bilanciare transizione ecologica e competitività industriale.
