Industria italiana (Foto: Ansa)
Il rischio di una nuova emergenza energetica torna a incombere sull’economia italiana: in audizione davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, Confindustria ha lanciato un avvertimento sulla guerra in Iran, spiegando che, se dovesse protrarsi fino alla fine dell’anno, potrebbe scatenarsi «la più grave crisi energetica della storia», con ricadute su produzione, prezzi e crescita.
A sottolinearlo è stato il direttore del Centro Studi, Alessandro Fontana, spiegando che l’impatto attuale del conflitto sulla crescita è ancora contenuto, ma destinato a peggiorare con il passare dei mesi. Il nodo energetico, essendo la principale vulnerabilità strutturale del Paese, destinata a pesare ancora a lungo senza una strategia chiara. Tra i fattori di rischio più critici c’è lo Stretto di Hormuz, tra riduzione delle forniture e impennata dei costi: fino a 21 miliardi di euro in più se il conflitto si prolungasse fino a fine anno.
Per evitare uno scenario del genere, Confindustria chiede interventi immediati e propone uno scostamento di bilancio per sostenere le imprese colpite dall’aumento dei costi energetici, la proroga del taglio delle accise sui carburanti e maggiori aiuti per i settori più esposti, come trasporti e industria energivora. Ma viene sollecitata anche un’accelerazione sulle energie rinnovabili, con l’obiettivo di portarle al 60% del mix energetico entro quattro anni, e una semplificazione delle procedure autorizzative, spesso ritenute un freno agli investimenti.
Per quanto riguarda l’Europa, le istituzioni vengono ritenute inadeguate a fronteggiare sfide globali come energia, difesa e politica industriale, ma la soluzione per Confindustria non può essere nazionale: senza una risposta comune, i singoli Paesi rischiano di essere ancora più vulnerabili.
