Sud Sudan (Foto: ANSA-EPA/DIEGO MENJIBAR)
Un strage riaccende i riflettori sull’instabilità del Sud Sudan, dove almeno 70 persone sono state uccise in un attacco a una miniera d’oro nello Stato africano. Il bilancio è ancora provvisorio, ma si parla di decine di vittime civili e centinaia di feriti o dispersi, in un’area già segnata da tensioni e conflitti per il controllo delle risorse naturali. L’assalto è avvenuto nel sito minerario di Jebel Iraq, dove gruppi armati non identificati hanno attaccato i lavoratori impegnati nell’estrazione dell’oro; secondo la polizia locale, è una delle peggiori stragi recenti nella regione, con numerosi sopravvissuti costretti a fuggire nella boscaglia.
Come spesso accade nel Paese, le responsabilità sono oggetto di un duro scontro politico: i ribelli del movimento di opposizione SPLM/A-IO hanno accusato le forze governative, sostenendo che l’area dell’attacco fosse sotto il loro controllo e che quindi l’esercito sia responsabile della sicurezza, invece il governo non ha rilasciato commenti ufficiali.
La situazione resta precaria: in Sud Sudan l’attività mineraria è poco regolamentata ed è una delle principali cause di conflitto tra gruppi armati, milizie locali e autorità statali; le miniere d’oro, in particolare, sono diventate un nodo strategico per il controllo economico e territoriale, alimentando violenze ricorrenti. Infine, l’episodio si inserisce in una fase di crescente instabilità, con timori di un ritorno a un conflitto più ampio tra le forze fedeli al presidente Salva Kiir e quelle legate all’opposizione.
