Stretto di Hormuz (Ansa)
Con lo Stretto di Hormuz che continua a causare non pochi grattacapi a buona parte del mondo occidentale (ma anche di quello mediorientale, specialmente se guardiamo ai Paesi esportatori di energia), non stupisce che alcuni attori statali starebbero iniziando a rivalutare dei “vecchi” progetti per aggirare il fazzoletto acquatico, troppo facilmente vittima dei malumori iraniani e delle sempre più frequenti tensioni mediorientali.
In particolare, l’idea più accreditata per aggirare Hormuz sembra essere quella dell’oleodotto IMEC, ipotizzato per la prima volta negli anni ’80 durante al “guerra delle petroliere” tra Iran e Iraq, ma scartato a causa – soprattutto, ma non solo – degli enormi costi che presupponeva: la pipeline, infatti, dovrebbe collegare l’India all’Europa, tagliando a metà l’intero Medio Oriente e il Mar Rosso, con almeno tre sbocchi possibili tra Italia, Egitto e Israele.
Nonostante la volontà crescente di aggirare Hormuz, però, restano ancora le stesse identiche criticità che già negli anni ’80 portarono a scartare l’IMEC: i costi, infatti, sono stimati tra i 5 e i 20 miliardi di dollari, con tempistiche più che decennali per la realizzazione e difficoltà tecniche e geologiche tutt’altro che irrilevanti; senza contare anche il fondamentale nodo della gestione politica dei flussi di petrolio e gas.
