Bibi Netanyahu, Premier Israele sul luogo distrutto dai missili Iran a Rehovot (ANSA-EPA 2025)
Le elezioni in Israele si chiudono all’insegna di una profonda incertezza politica con il 100% delle schede scrutinato è l’assenza di una maggioranza assoluta – pari a 61 seggi – tra i due blocchi principali: il Likud di Benjamin Netanyahu si conferma primo partito con 26 seggi e la sua coalizione di destra si ferma a quota 53, ma sul fronte opposto, il blocco dell’opposizione guidato da Gadi Eisenkot ottiene 48 seggi; unitamente al vero e proprio exploit dei partiti arabo-israeliani, che hanno conquistato complessivamente 19 seggi.
L’ingresso potenziale delle forze arabe nel gioco delle alleanze apre la strada a diverse opzioni di governo in Israele: Eisenkot, infatti, potrebbe teoricamente guidare un esecutivo con il sostegno dei partiti arabi o formare un governo di minoranza, seguendo il precedente del 2021, ma le divergenze strategiche dell’ex capo di Stato maggiore sui temi della sicurezza e della difesa rendono complessa un’intesa diretta; mentre, sullo sfondo, resta l’ipotesi di una coalizione di larghe intese tra Yashar e il Likud, che richiederebbe – tuttavia – il superamento del nodo legato alla premiership di Netanyahu.
Qualora le consultazioni avviate dal presidente di Israele – Isaac Herzog – non dovessero condurre a un accordo stabile, non si esclude il rischio di un immediato ritorno alle urne entro i prossimi sei mesi, con uno scenario già vissuto dal Paese in più occasioni tra il 2019 e il 2022: proprio il capo dello Stato ha rivolto un accorato appello alla responsabilità a tutte le forze politiche per evitare una nuova paralisi istituzionale, ma il quadro attuale impone trattative serrate – e tutt’altro che semplici – tra i leader delle diverse fazioni prima di poter sciogliere la riserva.
