Stretto di Hormuz (Foto: Ansa)
Sta per scadere – con una probabile estensione – la tregua indetta da Trump in Iran, con i negoziati a Islamabad che non sembrano aver prodotto nessun effetto e una serie di scelte messe in campo dal tycoon che hanno generato ulteriore resistenza (sia dal mondo arabo, che da quello occidentale) attorno alla sua personalissima guerra: lo stesso Trump, comunque, ha chiarito che un accordo che potrebbe essere più vicino di quanto si creda; pur aggiungendo una nuova complessità sul fatto che intende spostare la sede delle trattative dal Pakistan a un paese da definire.
Nel frattempo, per cercare di riportare la calma tra i due contendenti, è scesa anche in campo anche la Cina, già promotrice – con il Pakistan da tramite – dei primi negoziati e ora entrata a gamba tesa per cercare di far ragionare l’Iran, rendendo gli ayatollah (quasi) più comprensivi del presidente statunitense: per i cinesi l’aspetto principale è che si sblocchi al più presto lo stretto di Hormuz; conquistando – al contempo – anche un ruolo in primo piano nello scacchiere globale.
Non è un caso che proprio in queste ore l’Iran sembra star valutando un primo allentamento del suo blocco navale su Hormuz, ipotizzando l’apertura del traffico sul lato gestito dall’Oman: si tratterebbe – a conti fatti – di una doppia vittoria con Teheran che potrebbe dimostrare di essere disposto al dialogo e Trump che potrebbe rivendicare la buona riuscita del suo blocco navale; riportando i paesi a una condizione di equilibro nei negoziati.
