Il presidente USA Donald Trump (Ansa)
Nonostante sia circa da un mese che sentiamo ripetere a Donald Trump che la potenza militare e politica del regime in Iran è stata ridotta all’osso, la guerra avviata sul finire di febbraio prosegue in modo piuttosto sostenuto e secondo alcune indiscrezioni, attualmente, l’obiettivo del tycoon è diventato quello di porre fine alla sua guerra di aggressione antro la prima metà di aprile, evitando che gli effetti del conflitto si facciano sentire sulle elezioni mid-term: un piano tutt’altro che semplice, perché se in Venezuela è bastata un’incursione lampo, nello Stato islamico il rischio è di ricreare una situazione simile all’Afghanistan, al Vietnam o all’Iraq.
In ogni caso, le opzioni che sembrano essere sul tavolo di Trump per porre fine alla guerra sono – escludendo i negoziati, apparentemente inesistenti – almeno due, nessuna delle quali utile per chiudere veramente il conflitto in un paio di settimane: la prima, infatti, parla di una potenziale invasione dell’isolotto di Kharg, utile per dare una prova di forza al regime e per prendere il controllo (almeno teorico) dello Stretto di Hormuz, sbloccando quantomeno il fascicolo sul petrolio.
La seconda, invece, ipotizza l’invio di soldati nell’entroterra dell’Iran, con l’obiettivo di trovare e prelevare l’uranio arricchito, scongiurando (sempre teoricamente) una volta per tutta la presunta minaccia atomica: entrambi i piani sembrano essere, però, parzialmente irrealizzabili perché l’invasione di Kharg comporterebbe enormi rischi per i soldati statunitensi, mentre la ricerca dell’uranio potrebbe essere tutt’altro che semplice; il tutto con Trump che – forse – inizia a rendersi conto che il conflitto avviato non è un’operazione lampo come credeva in un primo momento.
