Trump davanti al Congresso USA (Ansa)
La guerra in Iran sta mostrando tutte le sue ambiguità strategiche e politiche, soprattutto per l’amministrazione Usa come evidenziato da John Merritt nell’analisi pubblicata su IlSussidiario.net, in cui descrive uno scenario in cui, nello Studio Ovale, non esiste più una visione unitaria del conflitto e si sovrappongono obiettivi diversi e spesso incompatibili.
Dopo l’attacco di Usa e Israele, inizialmente definito da Trump un “successo totale”, il conflitto ha assunto contorni molto più complessi e nell’amministrazione si sono delineate due linee: da un lato i “falchi”, favorevoli a un cambio di regime in Iran e a una strategia espansiva; dall’altro i pragmatici, più cauti e orientati a obiettivi limitati e a una possibile via d’uscita.
Questa divisione riflette un problema più profondo: non è chiaro quale sia la vera natura del conflitto né quale risultato si voglia ottenere, perché gli obiettivi massimalisti richiederebbero un impegno lungo e costoso, invece quelli più realistici offrirebbero una soluzione più rapida ma meno ambiziosa. Ma queste due visioni risultano difficilmente conciliabili, e nel frattempo crescono le pressioni interne.
I costi economici del conflitto crescono, il consenso pubblico cala: secondo un sondaggio citato nell’analisi, solo il 27% degli americani approva la guerra, e pure il fronte politico vicino a Trump appare diviso, a conferma di una crescente fragilità della linea “America First”. Il risultato è un isolamento di Trump: tra dimissioni, critiche interne e incertezza strategica, la guerra in Iran rischia di trasformarsi in un problema politico interno, per cui la vera domanda, per Merritt, non è più se gli Usa vinceranno, ma a quale costo e con quali conseguenze.
