Nonostante la resilienza dimostrata in oltre tre settimane di conflitto, l’Iran sembra avvicinarsi sempre di più alla fine politica dell’era della rivoluzione islamica, con il potere politico-religioso degli ayatollah che comincia a stare stretto ai giovani che non ha vissuto sulla loro pelle l’inizio dello Stato islamico e che guardano a un Occidente fatto di libertà e pochi compromessi sociali: una fine – quella del regime di Teheran – che sembra essere iniziata il 7 ottobre, con la guerra a Gaza.
Secondo un’analisi di Giorgio Laici pubblicata su ilSussidiario.net, infatti, l’Iran si è convinto (sbagliando) della debolezza di Israele, scatenando un conflitto che ha parzialmente distrutto uno dei suoi proxy più importanti – Hamas – e indebolito tutti gli altri – da Hezbollah agli Houthi -; ma ancor prima, il regime ha cercato alleanze a Est, sperando che in un conflitto diretto come quello attuale, potenze del calibro di Cina e Russia sarebbero scese in campo.
Non solo, perché nel frattempo in Iran sembra essersi anche rotto il patto sociale tra gli ayatollah e il popolo, sempre più vittima di una delle peggiori repressioni che si siano viste nel mondo negli ultimi anni: la forza bruta, d’altra parte, è sempre stato il modo con cui il regime ha mantenuto il suo potere, ma con stipendi sempre più miseri, disoccupazione galoppante e una guerra in corso, la coperta rivoluzionaria è sempre più corta e – prima o dopo – gli ayatollah dovranno farci i conti.
